Pina Bausch, a dieci anni dalla morte, ancora una stella luminosissima.

Dieci anni fa, il 30 giugno 2009, ci lasciava una grande icona della danza e dell’arte tutta: Pina Bausch.

A distanza di dieci anni resta immutata, ed anzi accresciuta, la sua fama e quella del suo celebre “tanztheater”, in una parabola che non vede ancora il suo culmine, nemmeno in lontananza, degna di chi, come lei, ha portato nel mondo della danza qualcosa di assolutamente innovativo, rompendo gli schemi come solo i grandi sanno fare.

Sappiamo quasi tutto della sua vita e non occorre certo spendere ulteriori parole per narrarla, di parole ne servono poche, così come poche sono sempre state quelle da lei sapientemente utilizzate negli spettacoli del suo “teatro danza”.

Poche, si, ma pesanti come macigni, di quelle in grado di sconvolgere l’intimo di chi si recava ad assistere ai suoi spettacoli.

La sua comunicazione teatrale è sempre stata affidata quasi interamente al linguaggio del corpo, dei corpi, fatti esssi stessi della stessa materia dei sogni, capaci di muoversi in palcoscenico commuovendo, ferendo, sconvolgendo e penetrando la sensibilità dello spettatore, strappando a ciascuno la maschera dal viso e lasciando venir fuori, come da un cratere in eruzione, frustrazioni, delusioni, sogni, tutto il mondo intimo che ognuno di noi porta segretamente dentro di se.

Non possiamo che omaggiare e ringraziare ancora questa grande artista ed alzare, in suo onore, un calice al cielo, esattamente come accade nella scena conclusiva di uno dei suoi spettacoli più celebri, Vollmond, trionfo dell’acqua in una notte di luna piena.

Grazie di essere esistita, Pina!

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